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Come un'azienda italiana paga i freelance senza partita IVA

Se la tua azienda paga freelance senza partita IVA, il problema di solito non è il pagamento: è che ogni collaboratore arriva con un documento diverso, e qualcuno deve decidere come trattarlo ogni volta. Far passare quei pagamenti da un unico fornitore europeo significa un solo formato di fattura e un solo processo, chiunque sia il freelance.

Pagare freelance senza partita IVA: una sola fattura per tutti i collaboratori

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Perché pagare freelance senza partita IVA è complicato

Nord Studio è un’agenzia di product design a Milano, dalle parti di Porta Venezia. Dodici persone interne. Sistemi di identità e packaging, soprattutto: il tipo di lavoro che arriva a ondate, tre settimane tranquille e poi due mesi in cui tutto atterra insieme.

È per quel ritmo che lavorano con i freelance. In un mese lento possono essere due. Durante la spinta autunnale dell’anno scorso erano otto: due illustratori, una motion designer, un copywriter a Varsavia che scrive un inglese migliore di quello di molti madrelingua, un 3D generalist a Istanbul che consegna render di prodotto in giornata.

Nessuno l’ha progettato come sistema. È cresciuto un freelance alla volta, ognuno preso per un progetto specifico, ognuno tenuto perché il lavoro era buono.

La parte amministrativa è cresciuta allo stesso modo, cioè non è cresciuta affatto. Si è accumulata.

Giulia si occupa delle operations in Nord Studio. Contratti, fatturazione, la chiusura trimestrale con il commercialista e, sempre di più, una categoria di lavoro che non aveva un nome: capire cosa fare del documento che un freelance aveva appena mandato.

Perché non era mai lo stesso documento.

I freelance italiani con partita IVA mandavano una normale fattura. Quelle andavano bene. Giulia le trattava come qualsiasi altro fornitore: dentro il gestionale, dentro il ciclo pagamenti, fatto.

I freelance italiani senza partita IVA mandavano una ricevuta per prestazione occasionale. Quelle non andavano bene, e non perché ci fosse qualcosa di sbagliato. Nord Studio è sostituto d’imposta: quando paga una persona fisica per una prestazione occasionale deve applicare la ritenuta alla fonte e versarla all’erario per conto di quella persona. C’è anche una soglia previdenziale nel quadro, oltre la quale scattano i contributi INPS, ripartiti tra le due parti.

Così ogni ricevuta faceva partire una piccola catena di decisioni. Questa supera la soglia? Questa persona ha già fatto altri lavori quest’anno che rientrano nel conteggio? Quale modello, quale scadenza, quale riga in contabilità?

Giulia sapeva rispondere a quelle domande. Aveva chiesto al commercialista abbastanza volte da conoscerne la maggior parte. Ma saperlo non lo rendeva veloce, e non lo rendeva qualcosa da passare a qualcun altro.

I freelance fuori dall’Italia mandavano una terza categoria di cose. Il copywriter a Varsavia aveva un’attività registrata e mandava fatture regolari. Il 3D generalist a Istanbul no, e mandava un PDF con il suo nome, la descrizione del lavoro e un IBAN. Non una fattura in alcun senso utile: una dichiarazione di quanto gli spettava.

Era quel documento a creare più problemi, perché non aveva niente di sbagliato e niente di giusto. Era un documento personale a fronte di una spesa annua a cinque cifre. La posizione del commercialista era sempre la stessa: pagarlo non era illegale, ma era sottile. Se qualcuno avesse mai chiesto cos’era quel denaro e a chi era andato, nel fascicolo ci sarebbero stati un PDF e un estratto conto.

Niente di drammatico. Nessuna verifica, nessuna sanzione, niente che comparisse come numero da qualche parte.

Compariva invece nelle piccole cose.

Un pagamento fermo sei giorni mentre Giulia aspettava che il commercialista confermasse se una certa ricevuta andasse assoggettata a ritenuta. Un’illustratrice che scriveva due volte, gentilmente, poi una terza meno gentilmente, per soldi approvati due settimane prima e rimasti in una cartella chiamata chiedere al commercialista. Una chiusura trimestrale che durava due giorni in più perché otto pagamenti a freelance andavano ricostruiti uno per uno, ciascuno con la propria logica.

E un costo più silenzioso, più difficile da vedere: i freelance bravi se ne accorgevano. Il 3D generalist ha alzato la tariffa in primavera, e ha detto, senza farne un caso, che altri clienti pagavano entro la settimana. Nord Studio ha pagato la nuova tariffa. Aveva anche passato quattro mesi a essere lo studio lento.

Alla fine di quell’autunno Giulia aveva messo tutto per iscritto, per sé: due pagine che spiegavano quale freelance riceveva quale trattamento. L’ha mostrato al fondatore. Nessuno dei due pensava che il documento fosse il problema. Il problema era che dovesse esistere.

Come lo risolve Remotify

Per pagare freelance senza partita IVA, Remotify si colloca tra l’azienda e il freelance.

Remotify è una società europea registrata in Estonia. Fattura a Nord Studio in proprio nome per il lavoro consegnato dal freelance. Nord Studio paga Remotify tramite SEPA, il sistema europeo standard di bonifico bancario, e Remotify paga il freelance.

Quello che è cambiato per Giulia non è la quantità di denaro che esce dall’azienda. È che otto rapporti sono diventati un fornitore. Pagare freelance senza partita IVA smette di essere una decisione caso per caso e diventa un processo unico.

La fattura che arriva per l’illustratrice di Bologna è identica a quella per il 3D generalist di Istanbul. Stesso formato, stesso soggetto, stessa riga in contabilità, stesso ciclo pagamenti. Niente da verificare, niente da chiedere al commercialista, niente da tenere fermo sei giorni.

Remotify effettua le verifiche KYC e AML — controlli di identità e di provenienza dei fondi richiesti dalla normativa finanziaria europea — su ogni freelance prima che si muova qualsiasi somma. È un pezzo di diligenza a cui Nord Studio non deve più pensare. Gestisce anche la comunicazione DAC7, la regola europea che obbliga le piattaforme a comunicare alle amministrazioni fiscali i compensi percepiti dai propri utenti.

Due cose che Remotify non fa, dette chiaramente.

Non gestisce gli obblighi fiscali del freelance. Dichiarare quel reddito nel proprio paese resta a carico suo, ed è una cosa che deve fare bene lui.

E non cambia la natura del rapporto di lavoro. Come vada inquadrato un rapporto dipende da come il lavoro viene effettivamente svolto: chi lo dirige, se la persona lavora per un solo cliente o per diversi, quanto è integrata nell’azienda. Far passare la fattura da un terzo non cambia nulla di tutto questo, ed è una questione da affrontare con un avvocato del lavoro o un commercialista nel paese in cui il lavoro viene svolto.

La chiusura trimestrale successiva al passaggio ha richiesto il tempo normale. Le due pagine di Giulia sono finite in un cassetto.

Domande frequenti

Possiamo pagare freelance senza partita IVA?

Sì. Pagare una persona fisica è legale. Ma una ricevuta personale o un PDF con un IBAN espone a rischio l’azienda che lo riceve, perché la contabilità ha bisogno di una fattura fornitore per registrare correttamente il costo. Fatturare tramite una società europea ti dà quel documento.

Quanto tempo richiede il pagamento?

I pagamenti escono tramite SEPA, il sistema europeo standard di bonifico bancario, quindi seguono i tempi europei normali invece dei circuiti internazionali più lenti con cui alcuni freelance verrebbero altrimenti pagati. Il freelance vede l’importo prima che la fattura parta.

Funziona anche con freelance fuori dall'Italia?

Sì. La posizione del freelance non cambia quello che riceve la tua amministrazione. La fattura arriva sempre dalla stessa società europea.

Con quanti freelance ha senso?

Non c’è un minimo. Il processo è lo stesso che tu lavori con due freelance o con venti.

Chi è responsabile delle imposte del freelance?

Il freelance. Remotify emette la fattura e gestisce il pagamento. Non presenta né trattiene imposte per conto suo.

Paghi freelance in più paesi?

Remotify emette una sola fattura e gestisce i pagamenti. La tua amministrazione riceve sempre lo stesso documento, chiunque sia il collaboratore.

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